In volo sulle Alpi francesi

Inventati come esclusivi aeroporti per portare i personaggi del jet set da Parigi nelle località di montagna più eleganti, sono diventati, con il tempo, più discreti approdi per un turismo attento alla natura e all’ambiente. Così con minuscoli aerei si ammirano le Alpi e ci si emoziona.

Immaginate di prendere una portaerei dal Mediterraneo, portarla in volo sulle Alpi e posarla a duemila metri di quota sul versante di una montagna con una pendenza di 19 gradi. E poi salirci sopra con un piccolo aereo e decollare puntando dritto verso il fondo della valle. Dopo soli 400 metri di pista, l’aereo decollerà con forza già a metà pista anche se l’ipotesi descritta è impraticabile nella realtà. Ma non nell’immaginazione creativa di Michel Ziegler e Robert de Merloz che tra il 1961 e il 1963 progettarono e realizzarono sulle Alpi della Savoia, rispettivamente a Courchevel e Méribel nel vallone noto universalmente come quello delle Trois Vallées, due piccoli aeroporti turistici in quota battezzati da subito altiporti, ai quali si aggiunsero presto quelli di Megève, nella Val d’Arly, e dell’Alpe d’Huez.
Il concetto non nuovo in assoluto era per la verità già stato applicato da tempo sulle dorsali dell’Himalaya e delle Ande (Nepal e Perú), dove buona parte dei centri abitati si trova a quote molto alte e l’aereo era l’unico mezzo di trasporto veloce per raggiungere luoghi impervi e sperduti.
Nessuno però avrebbe mai immaginato di applicare questa realtà sulle Alpi francesi se non fosse stato per il fatto che in quel periodo stava partendo un boom turistico che avrebbe portato negli anni alcune delle località legate agli altiporti a livelli importanti di ricettività alberghiera. L’aereo era una novità assoluta e faceva tendenza, era utile al soccorso alpino ma apriva anche vere e proprie nicchie di turismo fino ad allora inesplorate.
A Courchevel, per esempio, pensavano già in grande e dal 1964 fondarono addirittura una piccola compagnia aerea (l’Air Alpes) che per anni avrebbe avuto un collegamento diretto con l’aeroporto parigino di Orly. A fare la spola con la capitale erano all’epoca bimotori e quadrimotori De Havilland da 30-50 posti della classe stol ­– adatti per decolli e atterraggi su lunghezze molto corte – che si posavano giornal­mente sul più grande comprensorio sciistico al mondo zeppi di sciatori già con gli scarponi ai piedi, pronti ad affrontare le piste. Era l’epoca dei personaggi famosi, di attori e uomini d’affari, starlette, politici e teste coronate che raggiungevano queste valli dal cielo tra il rombo delle eliche, la polvere di neve sollevata, lo stupore dei turisti e l’indifferenza dei montanari. Il jet set internazionale aveva scelto Courchevel, Méribel e Megève tra le sue mete preferite in virtù della grandiosa bellezza dei paesaggi, ma anche dell’ambiente costellato di chalet di legno molto più accoglienti dei piccoli futuribili grattacieli “moderni”.

Quell’esplosione da grandeur tutta francese produsse una crescita ininterrotta di offerta turistica, al contrario di oggi dove buon gusto, rispetto per l’ambiente e riservatezza sono diventati molto più centrali nella cosiddetta art de vivre che qui è nata e che ha sempre più relegato a fenomeno di contorno quello che a Courchevel chiamano bling bling e cioè il tintinnare esibito di bijoux e gioielli di certo turismo sempre meno presente da queste parti.
L’apparente contraddizione degli altiporti accanto agli chalet è andata via via sfumando insieme alle dimensioni e alle tipologie degli aerei che ora sono più piccoli, più silenziosi, molto meno inquinanti e che non vanno più a Parigi ma al massimo a Chambéry o a Lione. Gli altiporti delle tre località savoiarde sono rimasti un po’ come il simbolo di un’epoca lontana e sono stati riconvertiti a un uso turistico molto più discreto, funzionale e intelligente. Ora sono ben mimetizzati tra i fitti boschi di conifere e i verdissimi campi da golf che li circondano, e hanno generato negli anni tanti piccoli figli invisibili sparsi un po’ ovunque negli alpeggi in quota: le cosiddette aviosuperfici in erba dove le mandrie al pascolo contendono il prato all’aereo. Tutto l’insieme di questo habitat alato ha poi dato corpo a una nuova specialità dell’aviazione sportiva: il volo in montagna.
Alcuni tra i migliori piloti delle Alpi che conoscono molto bene gli altiporti francesi ci aiutano a capire cos’è il volo in montagna e quali meravigliose emozioni riserva. Henri Balas di Méribel è una delle mitiche 3B insieme ai suoi amici Jacques Brun di Megève e Cesare Balbis di Aosta, tutti e tre piloti ai confini della leggenda con alle spalle ormai quasi diecimila atterraggi in montagna a testa. Per Henri l’aereo è una estensione del suo corpo come lo è stata per oltre un ventennio, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, l’auto sportiva che lo ha visto vincitore di numerose gare di rally e su pista. Da queste parti lo conoscono come il Tony Curtis delle Alpi francesi per l’incredibile somiglianza con la famosa star hollywoodiana di cui possiede anche il carattere e la personalità.

«La montagna – ci dice – non è solo roccia e ghiaccio ma anche aria e vento e rivela sempre la sua enorme energia modellando i flussi d’aria che attraversiamo facendo sobbalzare ogni tanto l’aereo come un piccolo insetto nel vento. È il primo richiamo alle rispettive dimensioni e alla fragilità dell’uomo di fronte alla grandezza della natura. Ignorarlo è un grave errore. Ogni volta che volo sulle Alpi mi sento un pugile che deve prevedere in ogni istante le mosse dell’avversario, cambiare ritmo continuamente, non abbassare mai la guardia, rispettare regole severe come quelle dei migliori alpinisti che non sfidano mai la montagna ma l’ascoltano con attenzione, sapendo rinunciare e tornare indietro quando i suoi muscoli si gonfiano troppo».
Jacques Brun approfondisce il concetto: «I nostri aerei non volano sopra la montagna ma accanto a essa, nelle sue valli. Noi entriamo dentro la sua dimensione aerea che è tutt’uno con quella solida e ne cogliamo il battito come fa un moscerino che vola vicino a un gigante e sente tutta la forza del suo grande respiro e cioè le termiche che spostano masse d’aria verso l’alto e il basso con più forza in montagna che in pianura. Sappiamo come volarci dentro ma soprattutto le rispettiamo al punto che d’estate, quando sono più forti, sospendiamo ogni volo dalle 12 alle 17, quando volano solo le aquile». Tanta saggezza ed esperienza non tolgono mai, neppure dopo tanti anni, l’entusiasmo del primo volo.
«Noi piloti di montagna ci sentiamo come eterni ragazzi che, pur con l’esperienza acquisita nel tempo, riescono ancora a provare lo stesso stupore di un bambino di fronte alla meraviglia del Creato». Aggiunge Balbis dell’aeroclub di Aosta: «Il volo in montagna è per me talmente interessante e pieno di meraviglia e mistero, stupore e gioia che ancora oggi mi emoziono come il primo giorno. Spesso mi chiedo se siamo alpinisti piloti o piloti alpinisti e mi rispondo che non c’è differenza tra noi perché ambedue amiamo e rispettiamo la montagna allo stesso modo e con le stesse regole».

Cesare ha alle spalle oltre novemila atterraggi in montagna, è stato ispiratore dell’aviosuperficie di Chamois (nella valle del Cervino) e autore pluripremiato di splendidi libri fotografici sulle Alpi viste dal cielo. La sua è una vita piena di avventure con numerosi record di volo in tutto il mondo e rotte aeree fino al Circolo polare artico. Come i suoi grandi amici Henri e Jacques, possiede la maturità e l’esperienza del vero gentiluomo e la gioia luminosa di un bambino che non finisce mai di stupirsi e conoscere. Insieme a Jacques è spesso ospite di Henri all’aviosuperficie in erba dell’Arpette, di proprietà di quest’ultimo, poco distante da Méribel su una dorsale soleggiata a oltre 2000 metri di quota, dove è possibile soggiornare in un piccolo chalet in legno gustando i piatti savoiardi preparati con passione dalla signora Balas. Ospitalità che si estende a chiunque contatti Henri attraverso l’aeroclub di Méribel dove incontriamo Elisabeth, una newyorkese che coordina le attività dell’altiporto, venuta qui per turismo e innamoratasi a tal punto di queste montagne da trovare marito, lavoro e tanta passione per il volo in montagna. Lo stesso coupe de foudre lega ormai indissolubilmente all’altiporto di Megève il tedesco Bruno Muller, capopilota della piccola compagnia aerea Aerocime diretta da Jacques Brun che propone diverse rotte (a partire da 50 euro a persona) dal semplice battesimo dell’aria a un itinerario sui ghiacciai del Monte Bianco.

«Quando sfioro le guglie gotiche e gli immensi ghiacciai della Mer de Glace e dell’Argentière – ci dice Bruno – ho la sensazione di volare su un pianeta lontano diverso da ogni ambiente terrestre. È come se la montagna mi rivelasse alcuni dei suoi molti segreti senza mai svelarsi completamente, lasciando ampia riserva di immaginazione e sogno. «Volare sul Monte Bianco è un’esperienza unica: immaginate di entrare con gli occhi, il cuore e la mente nella meraviglia di un luminosissimo diamante o di uno smeraldo dai riflessi grigioazzurri o verde intenso a pochi metri dalle immense e verticali pareti di granito. La montagna che ci affianca e avvolge da ogni lato, il suo gigantismo che incute timore reverenziale, l’irrealtà del paesaggio al limite dell’extraterrestre e lo stupore dei suoi dettagli che attirano come magneti i nostri occhi fino a stordire la mente».
Il Monte Bianco è il fiore più grande di quello che Eric Fournier, esperto pilota dell’aeroclub di Sion, nel Vallese, definisce come Il giardino dei quattromila «un meraviglioso bouquet che comprende il Cervino, il Monte Rosa, l’Eiger, la Jungfrau e il più grande e spettacolare ghiacciaio delle Alpi, l’Aletschgletscher, tutelato come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco».
L’aeroporto di Sion è la base di partenza dei voli sulle Alpi svizzere occidentali proposti da Air Glaciers, una piccola compagnia nata nel 1965 che organizza itinerari turistici da un quarto d’ora a un’ora a costi abbordabili (a partire da 60 franchi svizzeri a persona), molto più contenuti di quelli di un volo in elicottero. A confronto con quest’ultimo l’aereo è tutta un’altra cosa. «L’aereo non sfida mai la montagna ma ne pennella armoniosa­mente le forme, ascolta ogni minimo variare del suo umore e si comporta di conseguenza in un dialogo continuo» rimarca Jean- Pierre Comélian, presidente dell’aeroclub di Sallanches poco sotto Chamonix. «Il nostro aeroclub vola solo con aerei ultraleggeri e sappiamo bene cosa vuol dire dialogare con la montagna per percepirne ogni singolo soffio e umore. A differenza degli altri aerei che percorrono le rotte sul Bianco, e che hanno una stazza doppia rispetto alla nostra, noi portiamo solo un passeggero invece di tre. Il peso totale fa la differenza e le emozioni crescono proporzionalmente».