Il Viaggiatore. Palermo cosmopolita e sensuale

Da studentessa giravo le domeniche per la città: viaggi meravigliosi, seppur di poche ore, nel centro storico, con alcune compagne e la Guida rossa del Touring. Una delle mie mete preferite era piazza Marina insieme alla basilica della Magione.

Viaggiare significa spostarsi da un luogo a un altro che sia distante dal primo – lo dice il mio dizionario. Oggi, sempre più spesso, per fare un viaggio si intende partire per una vacanza tutto compreso organizzata da un’agenzia, insieme a un gruppo di estranei con cui si condividono alloggio, pasti, escursioni, perfino lo shopping. Nel nostro mondo consumista, fare un viaggio dimostra benessere economico; c’è chi si vergogna, se non fa un viaggio all’anno. 

Viaggiare, però, ha tanti altri signi­fi­cati. Vagare cercando qualcosa, e dunque osservare, assorbire, riflettere. Fare un viaggio di scoperta e di formazione, come quello di Ulisse. Viaggiare è anche una metafora: girare intorno a se stessi, conoscersi e conoscere il luogo in cui si vive. Imprescindibile per il viaggio metaforico, tutto interiore, è la volontà di esplorare il diverso: fuori e dentro di sé.

Tra i viaggi più belli ricordo quelli nella mia città natale, Palermo: cosmopolita, misteriosa e sensuale. Fondata dai Fenici, perse l’indipendenza con le guerre puniche e da allora fu soggetta a una serie di dominazioni di popoli d’oltremare – fu romana, visigota, bizantina, araba, normanna, sveva, francese, catalana, spagnola e infine italiana. Fino ai diciassette anni avevo lasciato la Sicilia pochissime volte. Se ci ripenso, però, la mia infanzia e la mia adolescenza sono state tutto un viaggiare: tra Palermo, dove abitavamo, e la casa di villeggiatura a Mosè, vicino ad Agrigento. Ci spostavamo a bordo dell’automobile guidata da mio padre. In quelle due ore, papà mi indicava il panorama, i campi, le altre auto; mi faceva notare particolari degli alberi, delle mucche e delle pecore al pascolo, dei cani, delle abitazioni, del traffico. Non amava allontanarsi dalla Sicilia, eppure era un grande viaggiatore. Curiosa come lui, da studentessa liceale, con alcune compagne e la Guida rossa Touring in mano, ogni domenica viaggiavo a piedi nella Palermo vecchia, come chiamavamo il centro storico formato da quattro quartieri: la Kalsa, l’Albergheria, il Seralcadio e La Loggia. Il centro era popolatissimo: c’erano le famiglie nobili, che vivevano ancora nei palazzi aviti (alcune, se avessero avuto i denari per comprarli, avrebbero preferito trasferirsi oltre i Quattro Canti, in appartamenti moderni con riscaldamento centrale e impianto idraulico funzionante), ma soprattutto c’erano – ferocemente fieri e attaccati alla propria città – i popolani dei catoi, i bassi umidi e malsani. 

Quei viaggi di poche ore erano meravigliosi – avanti e indietro nel tempo. La gente di quartiere era inizialmente riluttante; poi, quando spiegavamo che volevamo conoscere la città, si rivelava fonte inesauribile di aneddoti ed elargiva consigli di tutti i tipi: cosa vedere, come difendersi dai borseggiatori, dove trovare le panelle più croccanti e i dolci più squisiti. In mezzo chilometro quadrato era racchiusa la Palermo medievale – il torrione dello Steri, residenza di una potente famiglia e poi sede del tribunale dell’Inquisizione –, quella catalana, dall’architettura sobria e raffinata – palazzo Abatellis, che ospita la Galleria regionale –, e quella barocca, vistosa – palazzo Butera, casa Professa, gli oratori decorati dagli stucchi del Serpotta.

Una delle mie mete preferite era piazza Marina, che ha al centro un giardino circondato da stupende ringhiere di ferro battuto in stile liberty, minacciate dalle radici dei ficus magnolioides, introdotti in Sicilia nell’Ottocento dagli inglesi e acclimatati perfettamente: i rami pachidermici e le chiome rigoglio­se dominano la piaz­za. Piazza Magione, poco distante, è altrettanto ampia ma arida, con solitari ciuffi di erbacce assetate. Lì si trova una delle chiese che amo di più: in pietra chiara, con mura lisce e dalle proporzioni perfette, la basilica della Magione fu costruita insieme al convento adiacente quasi mille anni fa nello stile arabo-normanno. Per me rappresenta il trionfo della semplicità delle forme e un inno alla spiritualità che univa i committenti – i rozzi conquistatori cristiani calati dal Nordeuropa – ai costruttori e alla manovalanza – colti africani di fede islamica, sconfitti ma non umiliati.