Giorno 4. Sofia (Bulgaria) - Istanbul (Turchia)

Quando prima di partire pianifichi le tappe di un viaggio così lungo fai sempre un errore: non tieni mai conto del codice della strada. Così i centoventi chilometri tra Plovdiv e Svlilengrad diventano un calvario di campagna, affrontato tra i sessanta e i settanta chilometri all'ora. Il limite oscilla tra i 60 e i 50. Certo, si potrebbe sempre contravvenire alle regole. Ma un Land Rover tappezzato di adesivi con tre taniche e due ruote sul tetto è un bocconcino troppo grosso per non ingolosire la polizia bulgara. Quindi meglio evitare di metterci anche il miele: siamo già dolci abbastanza.

Meno male che anche qui esiste la solidarietà tra automobilisti e gli abbaglianti sono usati come monito per evitare guai. Il fatto che poi sia ora di pranzo contribuisce ad diminuire i rischi: anche i gendarmi mangiano e fanno la siesta. E dire che sulla mappa sembrava la strada più corta quando abbiamo deciso di tagliare per fare una capatina a Plovdiv. Però se non avessimo preso questa strada nazionale bulgara non ci saremmo mai imbattuti in un caccia a reazione parcheggiato su dei blocchi di cemento all'angolo di un strada, quasi fosse un segnavia. Ma forse è solo un omaggio a qualche capitano Baracca locale.

Se su Belgrado ancora non sono riuscito a esprimere un giudizio e a farmi un'idea reale, su Sofia, alla seconda visita, sono sicuro: non mi piace. Se arrivi in auto da nord e attraversi tutta la sua prima periferia (e pure la seconda), sei accolto in uno sfascio di città che attende che qualcuno al Comune o da qualche altra parte apprenda il significato della parola manutenzione. Va meglio quando arrivi in centro, diciamo dentro la cerchia dei navigli (o la ring road, se vogliamo essere international): una mano di colore e una sistemata è stata data. Però non riesce lo stesso a essere attraente. Sarà la monumentalità disordinata, la grandezza eccessiva delle strade, sarà che ancora non ho mangiato.

E così te ne staresti in albergo, un Best Western plus e con una bella facciata disegnata, un porto accogliente e sicuro a due passi dal Parlamento, invece di camminare al buio sui marciapiedi sconnessi evitando di inciampare. Ci pensano un'insalata bulgara servita - in un ristorante che dice di essere tradizionale perché spara musica locale e ha dei menu incisi nel legno che sembrano le tavole di Mosè - e dei pomodori che hanno lo stesso sapore maturo e intenso di quelli che coltivava mio nonno a rimetterci in pace con la città. Andrebbe fatto al più presto un monumento al pomodoro.

La Bulgaria tra Sofia e il confine è un susseguirsi di campi di girasole esausti che attendono solo di essere tagliati e campi di grano già raccolto. Sembra il tavoliere delle Puglie, ma sullo sfondo, sulle colline, non si vedono pale eoliche ma qualche ciminiera di fabbrica non più attiva. Quasi che la funzione del socialismo fosse di seminare molossi di cemento e non far fruttare le campagne, che pure sono sterminate e sembrerebbero fertili. E' continuando con questo paesaggio che arriviamo alla frontiera tra Bulgaria e Turchia, non prima di aver riempito le nostre tre taniche con 60 litri di economica "Verde 95" bulgara. In Turchia la benzina riesce a costare anche più che in Italia, mentre qui siamo sui 1.35 al litro e allora perché non approfittarne?

Prima della dogana una fila infinita di camion con targa turca, bulgara e iraniana aspettano sotto il solo a bordo strada. Se non ci fosse una pattuglia della polizia ad aprirci il cammino probabilmente rimarremmo fermi impantanati anche noi. Ma questi vanno contromano con sicurezza e ci fanno cenno di seguirli: pare brutto rifiutare e in un niente saltiamo la fila e arriviamo alla frontiera. Il controllo lo si passa senza problemi: cinque doganieri seduti su delle sedie all'aperto fanno finta di guardare il documenti e fanno cenno di andare. Vorremmo chiedere il timbro, ma non ne hanno tra le mani e chiedergli di alzarsi e andare nel gabbiotto a prenderlo sembra una sfida troppo difficile. Per cui rimarremo senza timbro bulgaro: siamo troppo europei per loro.

Timbrano eccome il passaporto i turchi che ti controllano quattro volte prima di farti entrare. E voglio anche sapere chi di noi quattro è il signore inglese cui sarebbe intestata la macchina. Facciamo vedere che dietro, sulla carta di circolazione, ci sono anche i nomi dei vari proprietari cui è stata intestata la macchina.

TT: "No, I'm not Touring club italiano. Ecco, bravo. I'm l'altro".
Doganiere: "Yes.. you're this: via Bertelli".
TT: "Yes… more or less".
Doganiere: "Ok via bertelli, is ok. Italia? Milan?".
TT: "No, Inter Milan."
Doganiere: "Ibraimovic".
TT: "No, no. Palacio, Longo" vabbè, che te lo dico a fare… "you Fenerbache?"
Doganiere:"Yes, yes Fenerbache, Fenerbache, Good".
TT: "Yes, Fenerbache ok. Besiktas, Galatasaray no".
Doganiere: "Good via Bertelli".

E così si passa anche questa, la quinta. Dopo mancano 255 chilometri a Istanbul. Duecentocinquantacinque chilometri di autostrada nuova dove sperimentiamo la guida sportiva e senza regole dei turchi. Camion che escono senza mettere la freccia, auto lente in seconda corsia che quando cerchi di sorpassarle accelerano, gente che sorpassa a destra, rientra e sinistre e risorpassa da destra. Insomma, un assaggio di quel che ci aspetterà da qui in avanti. Tutto attraversando il paesaggio bucolico della Tracia: campi di grano dritti e ordinati, girasole altrettanto esausti di quelli bulgari e un'assenza di case e paesi che sorprende. Sarà che tutti i turchi si sono trasferiti a Istanbul?

Quando inizi ad approssimarti capisci che è così. Decine di palazzoni stile cinese coronano i sobborghi. Case su case in costruzione, centri commerciali e quartieri di torri accolgono chi arriva dalla Tracia. Il contrasto c'è. Il traffico impazzisce e la guida diventa un affare per chi è capace e sa far valere il fatto che siamo grossi e volendo anche cattivi. Così Michele ci porta al nostro albergo da sultani, il Best Western Antea Palace hotel, a un passo dalla Moschea blu. Siamo tra le vie strette di un quartiere di case basse che chiamano Santa Sofia piccola, per via della moschea che sta qui a un passo. Poco sopra la Moschea blu, oltre le ferrovia, annunciato dai gabbiani, il Bosforo.

Quanto è bella Istanbul. Soprattuto se ci arrivi la sera. Con la luce che entra dal basso ed è un giorno di Ramadan. Il tempo di arrivare accanto alla moschea blu e dai minareti si sparge la voce: il sole è tramontato, mangiate. E allora è festa: sembra Natale, e invece è il Ramadan. Un mare di persone sedute per terra, nei giardini, sui tavoli, sui marciapiedi, ovunque. Migliaia di persone che intavolano un festoso pic nic silenzioso. E poi bancarelle di meloni e angurie, odore di carne speziata, insalate, pane caldo. Tutti mangiano e santificano un'altra notte che sta calando. Quanto è incredibilmente bella Istanbul. L'ho già detto?

Fotografie di: Andrea Forlani