L'oro di Napoli

Angelo AntolinoAngelo AntolinoAngelo AntolinoAngelo AntolinoAngelo AntolinoAngelo AntolinoAngelo AntolinoAngelo AntolinoAngelo Antolino

Il capoluogo campano non si esaurisce in un folklore spesso abusato o nei presepi di S. Gregorio Armeno. La città nasconde laboratori artigiani le cui origini risalgono alle grandi manifatture fondate dai Borbone nella seconda metà del Settecento. Dove da generazioni si tramanda la cultura del fatto a mano. Un fiore all'occhiello del made in Italy, che si tratti di ceramiche, liuteria, sartoria, tipografia, lavorazione di metalli o materiali (preziosi e non), oppure di... riparare bambole.

Un affare di famiglia. Mai come a Napoli l’artigianato d’eccellenza è frutto di una catena di antichi saperi che passa di padre in figlio e dà vita a manufatti di alta qualità, unici e distinguibili. Prodotti in grado di ritagliarsi una nicchia in un mercato sempre più dominato da manufatti omologati e a basso costo. Anche qui però la sfida è sempre quella: conciliare creatività artistica, tradizioni antiche e moderne politiche di marketing aziendale.

Napoli ha la voce di Totò, il suono del mandolino, il profumo della pizza, il fumo del Vesuvio, la smorfia di Pulcinella, ma si identifica soprattutto con alcune fra le più importanti e celebrate espressioni dell’artigianato italiano d’eccellenza: i presepi di S. Gregorio Armeno, le ceramiche di Capodimonte. Espressione popolare la prima, aristocratica la seconda.

Proprio come il capoluogo partenopeo, al tempo stesso elegante e scalzo, raffinato e sguaiato, colto e ignorante. Un tutt’uno inestricabile che l’ammanta di quel fascino luminoso che è stato insieme la sua dannazione e la sua forza. Perché Napoli non ti lascia scampo, non ti permette le mezze misure, si fa amare o detestare.

Questa è una città che non coccola i suoi turisti, non li blandisce, li colpisce dritti al cuore, nel bene o nel male. Dipinta troppo spesso come il paradigma di un Sud levantino e perdente, corroso dalla disoccupazione, flagellato dall’illegalità, divorato dal sole e vestito dall’aria, è prima di tutto vittima dei propri errori e dei propri stereotipi. Stretto fra il fato e l’anarchia, sembra solo un eterno problema sociale, un luogo abbandonato a se stesso, oggetto di campagne stampa feroci e di barzellette crudeli. Il simbolo dell’ingovernabilità, la negazione del concetto di bene pubblico, dell’etica individuale e collettiva, dove il rispetto delle regole di convivenza civile pare una conquista.  

Napoli è stata lasciata sola, ha conosciuto la sconfitta e la resa. Eppure, con i suoi problemi sbattuti in faccia al mondo e i suoi tesori custoditi con pudore, è più forte, più sincera di quanto appaia dietro la sua facciata da cartolina. Una città che non assomiglia a nessun’altra, straordinaria, anche se in modo discontinuo, con una vis incontenibile che la porta a essere uno dei terreni più fertili per sperimentare nuovi linguaggi espressivi. Un magma primordiale in cui nascono nuove interazioni, frutto della sua posizione di ponte fra Africa ed Europa, nel cuore del Mediterraneo, dove, come disse Boito, i napoletani «Cavano l’arte dal sole».

Al di là dei luoghi comuni il capoluogo partenopeo ha una vitalità incontenibile. Ricco di simboli forti, arranca dietro lo splendore di un passato da capitale di uno Stato la cui rendita era quotata alla Borsa di Parigi al 120% e vantava una flotta mercantile seconda in Europa solo a quella inglese. Prima al mondo ad avere un teatro d’opera (il S. Carlo, eretto in 270 giorni), l’acqua corrente nelle case, la raccolta dei rifiuti porta a porta. Prima in Europa a possedere un acquario, un osservatorio astronomico e uno sismologico. Prima in Italia a dotarsi di un piano regolatore, una ferrovia, una officina metalmeccanica, un ospedale psichiatrico, un’università statale, l’illuminazione pubblica.

La forza del Maschio Angioino, l’arroganza solitaria di Castel dell’Ovo, il barocco cupo e sofferente della cappella Sansevero, la pace leggera del monastero di S. Chiara, l’abbraccio di piazza del Plebiscito, l’eleganza appassita della galleria Umberto I, gli ori del S. Carlo, l’opulenza commerciale di via Toledo e corso Umberto, la ferita vivida e tumultuosa di Spaccanapoli, l’umanità affannata dei Quartieri Spagnoli, il respiro di piazza del Gesù: una bellezza ereditata ma non custodita da questa città che, per alimentare la speranza e lenire la disperazione, si affida a una rete di santi, capitanati da quel Gennaro con il quale nel 1527 stipulò davanti a un notaio un contratto di protezione. I santi in paradiso servono sempre.

L’articolo 45, 2° comma, della Costituzione «provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato», ma solo da pochi anni si è presa coscienza che l’artigianato artistico di qualità è una ricchezza fondamentale per lo sviluppo economico e occupazionale, soprattutto di una città come questa, afflitta dalla cronica mancanza di lavoro. Dalle prime mostre allestite nel 1994 sotto il porticato di piazza del Plebiscito al boom della via simbolo dell’artigianato napoletano, S. Gregorio Armeno, l’obiettivo è sempre stato quello di legare la qualità del prodotto alla qualificazione di una impresa che riesca a coniugare tradizione e innovazione.

Il tutto accompagnato al risanamento del centro storico, il più vasto d’Europa con i suoi 7.200 ettari, 8mila edifici e 230mila residenti. Risanamento, iniziato con Bassolino, che avrebbe dovuto comportare la tutela e lo sviluppo delle attività artigiane, e viceversa. In questo senso si muove anche oggi il Comune, che mira a utilizzare navette ecologiche per condurre i turisti in centro, offrendo, oltre ai classici itinerari, anche visite a botteghe artigianali. Lo scorso 3 marzo, le associazioni dell’artigianato hanno incontrato il sindaco de Magistris per mettere in campo azioni unitarie di pianificazione, come la riduzione della burocrazia, la lotta al lavoro nero e lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile.

Se a S. Gregorio Armeno, presepe nel presepe, è Natale tutto l’anno, se l’artigianato campano può vantare produzioni d’eccellenza note in tutto il mondo come i coralli di Torre del Greco, le tarsie di Sorrento, le sete di S. Leucio, bisogna spingersi negli eleganti negozi d’antiquariato come nei claustrofobici e affumicati bugigattoli dei sapunari, i rigattieri (così chiamati perché anticamente barattavano pezzi di sapone con stracci vecchi), per ammirare la sapienza artigianale degli antichi maestri napoletani.

Bisogna infilarsi nelle vie che ricordano nei nomi le arti e i mestieri che ospitavano un tempo, via S. Biagio dei Librai, Borgo Orefici, via dei Calderai, per ritrovare una produzione la cui eccellenza ha regalato al mondo lo splendore degli ori e dei busti d’argento del Tesoro di S. Gennaro, firmati da Vinaccia, Treglia, Schisano, Vaccaro. Ma anche i delicati ricami di porcellana del salottino della regina Maria Amalia per la reggia di Portici, capolavoro della Real Fabbrica di Capodimonte, istituita nel 1743 da Carlo III per rivaleggiare con quella di Meissen. Bisogna salire fino alla Certosa di S. Martino per ritrovare nella sua spettacolare collezione di presepi sette-ottocenteschi l’umanità esuberante dei pastori, degli zingari e dei venditori ambulanti usciti dalle botteghe di Michele Perrone e persino da quella del grande scultore Giuseppe Sanmartino.

Se dal 1855 la grande tradizione del corallo lavorato di Torre del Greco fiammeggia nelle vetrine dei negozi Ascione e lascia senza fiato i visitatori dell’omonimo museo privato in galleria Umberto I, che espone anche cammei e gioielli in pietra lavica, i morbidi bagliori della seta delle mitiche cravatte settepieghe di Marinella dal 1914 addolciscono la severità dei mobili dello storico negozio di Riviera di Chiaia.

È dal Settecento che Napoli continua a fare scuola nel mondo nel settore della moda. Questa è stata infatti la terra dei grandi sarti, rappresentati dal couturier Emilio Schubert, nato nel 1904, considerato il fondatore dell’alta moda italiana, colui che ha fatto del sarto uno stilista. Sono passati tanti anni dalla storica sfilata nel 1919 a Palazzo Pitti di Firenze che ha visto quello che è stato il maestro di Valentino diventare il disegnatore più amato dalle dive ma, oltre ai sontuosi abiti da sposa, la moda napoletana, soprattutto quella maschile con Lettieri, Sartoria Partenopea, Barba, Rubinacci e Kiton, non ha smesso di guadagnare posizioni sui mercati internazionali grazie al gusto e alla straordinaria tecnica sartoriale.

Gli accessori poi non sono da meno, dalle scarpe di Esposito o di Mario Valentino ai guanti di Tramontano, Pistola o Portolano, retaggio di quando, negli anni Venti-Trenta, Napoli esportava circa il 90% della produzione mondiale. Non vi era una piazza, un vicolo del rione Sanità nel quale intere famiglie non fossero addette alla produzione di un manufatto che richiede circa 35 passaggi di lavorazione, dalla tintura per immersione in bottali alla cucitura.

Un’occupazione prevalentemente femminile, a domicilio. Una forma di economia parcellizzata e sommersa che sta progressivamente sparendo insieme alle tipografie, come Il torchio o l’antica Tipografia Pansini, fondata nel 1878, di cui la città continua comunque a vantare il primato italiano per numero di esercizi, a testimonianza del grande amore dei napoletani per i libri. Amore evidente nelle storiche librerie come Colonnese, Guida, Regina come nei tanti ragazzi accoccolati sulle scale delle chiese o imbozzolati sulle seggioline dei bar all’aperto della zona di piazza Bellini: la testa sulle pagine stampate, le orecchie cullate dalla musica e dalle voci provenienti dalle finestre aperte del vicino conservatorio di musica di S. Pietro a Maiella.

Artigianato vuol dire tradizione, ma anche innovazione e rivoluzione, soprattutto a Napoli, luogo di contraddizione e di provocazione. Quella seguita dalla Scarabattola, una vera fucina di idee, un’esplosione di creatività e di fantasia che ha dimostrato come, con passione e intraprendenza, si possa ancora vivere con l’arte e di arte. Cinque fratelli che 16 anni fa hanno dato vita a un laboratorio che ha portato alla nascita di straordinarie performance e ha rinnovato l’arte presepiale. Un mondo onirico quello degli Squotto, popolato di diavoli più affascinanti degli angeli, preti incappucciati, capitoni e sirene. Il più puro omaggio alla tradizione partenopea, la prima, con l’invenzione del presepe settecentesco, ad accostare arditamente una sacra rappresentazione al profano quotidiano. Consulenti artistici per eventi come per il premio Giffoni, esportano in Francia, Spagna, Germania e Sudamerica. La loro musa compare puntualmente in negozio da una decina di anni, Giacomino, 70 anni di tenera innocenza passati a dialogare con un mondo creato a proprio uso e consumo. Il non senso della libertà di una mente che non gira come le altre ma che, grazie agli Squotto, ha avuto l’onore di molte statuine e ha persino un account su Facebook.

L’artigianato è fatto di sapere, ma soprattutto di persone. E Napoli in quanto a personalità non si fa mancare nulla. Come Persechella, piccola pesca, al secolo Pina Andelora. Come il compagno, O Capitano, Angelo Picone. Persechella, che lavora il cioccolato trasformandolo in pizze, casatielli, tazzurelle e’ cafe, roselle e’ maggio, tiene laboratori per bambini e adulti. O’ Capitano, artista di strada e, insieme a Bruno Leone, il maestro delle guarattelle, ideatore in un basso di Vico Pazzariello 11, tra i set usati da John Turturro per il suo film Passione, del Teatro Stabile di strada, sancito da una regolare delibera municipale. Artigiana del cioccolato lei, artigiano dell’anima lui.

«Sintomo, morbo della bambola triste», così recita il foglietto ingiallito dal tempo sul pancino di una pupattola nella Wunderkammer dell’ospedale delle bambole di Luigi Grasso. Una tradizione antica iniziata nel 1800 da un altro Luigi, restauratore di arte sacra e scenografo al S. Carlo e ora, dopo quattro generazioni, arrivata a Tiziana. Qui vengono a curarsi i sogni di bambini piccoli e grandi. Ma anche una collezione straordinaria per numero e qualità. I Grassi sperano che il Comune trovi uno spazio per accoglierla degnamente. Una piccola speranza. Un grande segnale per tutto l’artigianato napoletano.

Nel 1980 il centro storico di Napoli vantava la presenza di circa 1.500 imprese. Negli ultimi quarant’anni quest’area ha perso circa il 60 per cento dei residenti, ha visto invecchiare la popolazione e, nell’ultimo ventennio, ha assistito al progressivo sfaldamento del suo sistema manufatturiero, con una perdita di oltre il 50 per cento della propria forza lavoro. Nel 2010 l’artigianato contava 3.975 addetti, con laboratori non superiori ai 50 metri quadrati e spesso non più di due addetti per bottega. Il 52 per cento degli artigiani ha ora come riferimento un unico committente, spesso un negoziante, che assorbe oltre il 60 per cento della produzione, aumentando così il rischio di una progressiva standardizzazione dei prodotti. Il mutamento più evidente nel sistema produttivo è però il cambio di mansioni, con il padre che si dedica ancora alla produzione mentre i figli spesso curano direttamente la commercializzazione del prodotto.

Molti orafi della grande tradizione napoletana, tenuta alta da Mario Carità, il Valentino dell’oro, hanno abbandonato Borgo degli Orefici, nel quartiere Pendino, per trasferirsi nel centro Il Tarì di Caserta, che ospita oltre 400 aziende. Rua Catalana continua la tradizione della lavorazione del rame mentre l’Officina della tamorra di Paola Gargiulo, in vico S. Severino tiene viva la produzione artigianale di uno strumento legato alla danza della tammorriata. Un grosso tamburo realizzato con una membrana di pelle seccata di capra o pecora tesa su un telaio circolare di legno al quale sono fissati, a coppie, dischetti di metallo detti cicere. Nel mondo la voce di Napoli è però quella del mandolino, discendente dal liuto e dall’oud arabo e ora particolarmente amato in Giappone, dove fioriscono intere orchestre mandolinistiche.

L’onore della liuteria partenopea, risalente ai Fabbricatore e ai Vinaccia, è egregiamente difeso da Mastro Masiello e, soprattutto, dalla storica liuteria Calace cui, grazie a Raffaele Calace, si deve la nascita del mandolino moderno da concerto. Nello storico palazzo Sansevero del principe alchimista Raimondo di Sangro, quasi due secoli di tradizione sono portati avanti con orgoglio da un altro Raffaele, liutaio, compositore, esecutore, e dalla figlia Maria, esperta nell’arte del traforo. «Un buon liutaio deve saper suonare. Deve studiare e avere una buona cultura di base» sostiene Calace, che si è laureato e conduce con passione i visitatori fra i segreti di uno strumento versatile come i molti legni che lo compongono: acero e palissandro per la cassa, abete per la tavola armonica, ebano per la tastiera, madreperla per il ponticello.

Anche Lucio Ferrigno, nel dedalo fatto di viuzze, motorini ed edicole religiose da cui occhieggiano Madonne amorose e anime del Purgatorio, fiori avvizziti e santi moderni, nella bottega di S. Gregorio Armeno stretta fra laboratori di statuine sempre più spesso realizzate dalle abili e pazienti mani di lavoranti indiani o dello Sri Lanka, porta avanti l’antichissima tradizione dei fiori di seta, iniziata da poco meno di un secolo dal padre Umberto. Una tradizione, fatta di strati di seta tagliati a pressione su uno stampo di metallo a caldo e poi assemblati, introdotta nel XVII secolo dalle suore che nei conventi realizzavano fiori finti con cera, stoffe e carta. Carta come quella usata da una anziana signora muta che offre le sue colorate composizioni floreali qualche porta più avanti.

Fotografie di: Angelo Antolino