Tutti i sapori di Porto

Michele MazzantiMichele MazzantiMichele MazzantiMichele MazzantiMichele MazzantiMichele MazzantiMichele MazzantiMichele MazzantiMichele MazzantiMichele Mazzanti

Porto è una città indubbiamente fascinosa: il centro storico dal profilo antico e dacadente, l'odore di pesce grigliato per strada, le gallerie d'arte contemporanea di rua Miguel Bombarda, le spiagge oceaniche dove i ragazzi fanno surf. Tutto questo contribuisce a renderla una destinazione ideale per un fine settimana intenso e sorprendente. E all'insegna del low cost, perché la secondo città portoghese riesce a essere accogliente e chic a prezzi davvero convenienti.

Quasi arrivati nella baixa, il centro cittadino, una pubblicità scolorita, dipinta sul muro di una casa altrettanto male in affare, mostra il volto appena tratteggiato di una donna con un bicchiere in mano e recita «O sabor do Porto». E lì il turista già pensa alle cantine oscure dove gusterà il vino per cui è atterrato ai bordi dell’Atlantico. Bene: limitarsi a vedere Porto come la città del porto (il vino) sarebbe come se uno andasse a Bologna e cercasse in ogni dove la mortadella. Un’esagerazione, ma soprattutto un’occasione persa. In otto istantanee ecco come assaporare una Porto dal sapore differente.

1. L’innegabile fascino di Porto è legato all’Estado Novo, la lunga dittatura di quell’uomo modesto che era Oliveira Salazar crollata nel 1974 con la rivoluzione dei Garofani. È durante l’Estado Novo che entra in vigore la lei das rendas, che puntava a tenere buoni gli strati popolari della popolazione, bloccando gli affitti, ma di fatto fermando l’ammodernamento edilizio del Paese. Per decenni è convenuto più costruire una casa nuova altrove, ai margini della città, piuttosto che ristrutturare le anguste palazzine del centro, strette e tappezzate di azulejos. Grazie a questa legge però il centro storico, la fascia di vie ripide che salgono dal Douro fino alla Baixa, ha mantenuto intatto il suo profilo antico. È per questo che Porto conserva un’aria inglese, nobile e in qualche modo ordinata. Con le facciate vittoriane di pietra grigia che si alternano ai garage o ai cinema dal profilo razionalista spuntati qua e là negli anni Trenta; e ai magnifici palazzi art deco dell’avenida dos Aliados, che la fanno assomigliare a una Gotham city sul lato errato dell’Atlantico.

2. Se il centro sembra congelato architettonicamente all’epoca fastosa di un Impero che non c’è più, lo stesso non si può dire del resto di Porto. Sono poche le città che possono vantare uno stile così ben definito come quello della scuola di Porto. Merito di una generazione di architetti ­– Fernando Távora, Álvaro Siza Vieira, Eduardo Souto de Moura su tutti –, che ha saputo lasciare la propria impronta minimalista sulla città in cui sono nati. Ville e palazzi che mirano a integrarsi nel paesaggio, mimetizzandosi tra le pieghe del colline, assecondandolo con edifici dalle linee pulite e i colori neutri, come il Museo Serralves, la facoltà di Architettura, la Casa da Artes o la Casa do Cinema Manoel de Oliveira. Niente a che vedere con quel meteorite metropolitano che è l’imponente Casa da Musica, firmata da Rem Koolhaas.

3. Alla Fundaçao Serralves la maggioranza dei visitatori sono bambini. Tra i lussuosi giardini alla francese e le sale squadrate del museo progettato da Siza Viera si vedono quasi solo scolaresche che assistono attente a lezioni sull’arte contemporanea. «La fondazione è nata nel 1989 con due missioni: dal lato culturale, divulgare l’arte contemporanea tra le nuove generazioni; dal lato ambientale, educare i giovani a costruire un rapporto attivo con l’ambiente e godere della sua bellezza», spiega Ana Margarida. «Bisogna seminare oggi per avere qualcosa domani, il pubblico lo dobbiamo costruire» aggiunge. A giudicare dalla gente che si incontra tra esposizioni temporanee e ristorante al primo piano, in questi 13 anni qualcosa si è seminato.

4. Ci sono ristoranti, a Porto, dove mangiare è ancora una necessità quotidiana per persone sole che vivono in stanze ammobiliate senza uso cucina. Nelle tascas, versione lusitana delle trattorie con le tovaglie a quadretti, si trova una popolazione di impiegati di concetto e anziani, eleganti, signori, che sembrano un relitto dei tempi coloniali. Mangiano piatti onesti, cucinati in modo semplice: la sopinha do dia, il bitoque com ovo (una bistecca) o la razione giornaliera di baccalà à moda da casa, consumato guardando l’immancabile partita di pallone in tv. L’impressione che si ha frequentando questi locali è che a Porto la vita vera, quella minuta alla Fernando Pessoa, non sia stata ancora esiliata dalle vie centrali, ma trovi cittadinanza in angoli neanche troppo remoti, come il mercato do Bolhão o la Ribeira, lungo il Douro.

5. La domenica rua dos Herois da França odora di sardine e di fumo, più sardine che fumo, ma dipende dal vento. Qui si viene per cercare conferma di quel che si sa ma si finisce per dimenticare: accatastata sul fiume, Porto è anche una città di mare. Adescati dall’idea delle sardine si va a passeggiare sull’Atlantico, da praia dos Ingleses fino al porto di Matosinhos. Qui si viene rapiti dall’odore del pesce grigliato per strada, davanti ai ristoranti senza pretese che contornano le banchine. Più in là, sulla sabbia bianca, i ragazzi si sfidano cavalcando tavole da surf mentre le famiglie passeggiano e gli anziani fissano l’oceano oltre cui, di certo, hanno qualche parente di terzo grado partito all’epoca in cui il Portogallo era un impero disteso su quattro continenti.
6. Abituati a vivere in condomini nei cui giardini è proibito far giocare i bambini, fa effetto vedere quattro ragazzini che in praça da Batalha, in centro, improvvisano una partita davanti alla chiesa di S. Ildefonso. Giacche per terra a far da porta e passanti dribblati come birilli. A Porto, città in salita avara di piani, si usa ancora lo spazio pubblico come supplemento di quello casalingo. Centro e quartieri popolari coincidono: si griglia per strada, la chiacchiera si fa dal balcone e i panni si stendono su un filo tirato tra le finestre.

7. «Ho pensato di allestire questo posto come una galleria» racconta Adélia Carvalho, titolare della livraria Papa-libros dedicata all’infanzia. Alle pareti libri illustrati sono collocati come quadri in un museo e riempono da cima a fondo una grande parete. «Questa è una zona di artisti e mi piaceva rendere la mia libreria un luogo artistico, in cui i bambini imparano ad apprezzare la bellezza». E ce n’è davvero tanta di bellezza, in rua Miguel Bombarda. Cinque anni fa era una via come tante, leggermente discosta dal centro, popolata di case piccole e sfitte. Poi, nel 2007, hanno aperto una prima galleria d’arte e nel giro di qualche anno è diventato il nuovo baricentro culturale della città. Ogni sei settimane la via si anima per le inaugurazioni contemporanee che coinvolgono la dozzina di gallerie d’arte che sono nate dove prima c’erano panetterie e garage.

8. Qualche anno fa lo slogan del Turismo do Porto era: «Avete provato il vino, adesso provate la città». Oggi, una volta scoperta la città, si può fare l’inverso e lasciare un paio d’ore per un salto nelle cantine di Vila Nova di Gaia, dall’altro lato del Douro. Basta accodarsi a una delle visite guidate per sentire il consueto sermone tascabile sulla storia di questo vino liquoroso inventato per caso dai commercianti inglesi nel secolo XVIII. Saldati i conti con la mitologia nazionale, si assaggia e si compra. Ma basta entrare in un qualsiasi bar per accorgersi che non è che i portuensi passino il tempo a bere porto, anzi. Loro chiedono un fino, un birra piccola, il porto lo lasciano agli stranieri

Fotografie di: Michele Mazzanti,Tino Mantarro