Sardegna in treno

Viaggio in ferrovia, tra spiagge e Supramonte, oltre mille chilometri di lenti binari e antiche stazioni. E si scopre un’isola a scartamento ridotto

«La Sardegna È un’altra cosa... È come la libertà stessa». Lo scriveva D.H.Lawrence in Mare e Sardegna, resoconto di un viaggio nell’isola del 1921. Leggo le sue parole mentre dall’oblò del traghetto appare la sagoma inconfondibile dell’isolotto di Figarolo, annuncio dello sbarco imminente a Golfo Aranci. Salgo sul ponte, ho visto tante volte questo paesaggio: il blocco calcareo di Tavolara, le scogliere di Capo Figari e le onde docili accarezzare lo scafo, nella luce dell’alba. Questa volta è diverso, ho deciso di viaggiare senz’auto e di attraversare la Sardegna in treno e, dove non c’è, per qualche breve tratto in autobus. Per riannodare i fili della memoria, di quando da bambino sbarcavo con mia madre e i miei fratelli per le vacanze estive e, da ragazzo, con lo zaino in spalla. La Sardegna era il fascino dell’esotico a un passo da casa, la meraviglia di spiagge deserte anche a Ferragosto. Era, per dirla con Lawrence, «distanza da viaggiare».

Molto è cambiato da allora, ma la lentezza del treno permette ancora di dubitarne. La rete ferroviaria isolana supera i 1.000 chilometri, più del 60 per cento a scartamento ridotto. Il traghetto partito da Livorno è già in porto alle 7, si sbarca in fretta e la stazione dista poche centinaia di metri. Il primo treno diretto a Sud, parte d’estate alle 7.15 l’ultimo alle 17.47. La ferrovia qui fu inaugurata nel 1883 e diede avvio allo sviluppo di Golfo Aranci, borgo popolato da pescatori ponzesi. Negli anni Sessanta si potenziarono i collegamenti marittimi e i vagoni del treno venivano imbarcati sui traghetti. È andata avanti fino al 2009, poi il servizio non fu più considerato remunerativo e fu chiuso. Il tratto fra Golfo Aranci e Olbia è uno dei più belli e sconosciuti d’Italia.  In 21 chilometri il treno sfiora la costa, si ferma a Cala Sabina a pochi passi dalla spiaggia e subito riparte. Il panorama scorre: il golfo di Marinella, Porto Rotondo, le isole di Soffi e Mortorio, la Costa Smeralda. Mi affaccio dal finestrino, mentre ci allontaniamo dal mare, l’aria profuma di macchia mediterranea e di elicriso. Fra curve, controcurve e ripide salite si arriva a Olbia, dove si cambia per Cagliari.

Questo viaggio È un’avventura, mi sposto con leggerezza, su vagoni sussultanti. Il mare è alle spalle, davanti un universo di boschi, colline, picchi granitici, fichi d’India, vigneti e muretti a secco. Il treno rallenta, si aggrappa alle salite, riprende velocità, si infila in gallerie e strettoie. Eppure non ci sono turisti a esclamare sorpresi. Solo pendolari, e pochi. Questo nonostante ci siano cultura, natura, tradizioni e storia straordinarie lungo i 1.038 chilometri di ferrovie sarde.

Ogni stazione meriterebbe una sosta. Come Monti e Berchidda, terre di vermentino e jazz, dove si visita il Museo del vino e si sale fra i graniti del Monte Limbara. In alcuni paesi il treno non si ferma quasi più. Del resto non ricordo di aver visto di recente nella pubblicità istituzionale, qualcosa che faccia pensare al treno come mezzo per conoscere l’isola. Immagino come sarebbero alcune stazioni, ora quasi abbandonate, se trasformate in centri di accoglienza e informazione territoriale, con la possibilità di organizzare escursioni, noleggiare bici, prenotare stanze d’albergo e agriturismi come succede già altrove in Europa. Faccio queste riflessioni, mentre attraverso le regioni del Monteacuto, del Meilogu e del Marghine: un tripudio di chiese romaniche, castelli, villaggi medievali, tombe di giganti e nuraghi, tutto sul bordo dei binari.

Ecco Chilivani, snodo storico delle Reali Ferrovie Sarde, in totale dismissione. E poi Bonorva, in un paesaggio da Far West, fra vulcani spenti e spettacolari valli nascoste, dove scoperte archeologiche che dovrebbero far gridare al miracolo, vengono sigillate con terra e cemento, condannate al degrado e all’oblio. Intanto il treno si prepara ad affrontare il punto di massima pendenza: la salita verso l’altopiano di Campeda a 652 metri, poi dopo Macomer scende verso la pianura del Campidano fino a Cagliari. Novanta minuti di viaggio e tante soste possibili: ad Abbasanta con il monumentale nuraghe Losa, e le escursioni verso la natura e la cultura del Montiferru, facendo tappa negli alberghi diffusi di Santu Lussurgiu; a Oristano, piccola capitale del giudicato di Eleonora d’Arborea, con il suo carico di storia, fino agli stagni e al mare delle coste del Sinis; a San Gavino, nella rustica agricola armonia della Marmilla, e verso l’area del Parco geominerario fra dune e spiagge.

A Cagliari il treno arriva quasi in centro, i quartieri storici si visitano a piedi. Ma si può andare a far un bel giro al porto, a vedere il mare da vicino,  la stazione è lì. Sono sempre felice di essere qui e come lo scrittore Massimo Carlotto «non ho mai pensato che Cagliari sia una città facile, è solo maledettamente bella. Che è tutta un’altra faccenda». Mangio seduto ai tavoli con vista del caffè Libarium e progetto i prossimi spostamenti.

Il mio treno sulla linea del trenino verde parte da Mandas alle 8.40 del mattino. Per arrivarci da Cagliari su rotaia ho a disposizione la nuova linea Metrocagliari: da piazza della Repubblica in direzione San Gottardo in circa 20 minuti, poi dalla stazione di Monserrato a Mandas in 1 ora e 20 e infine verso Arbatax con arrivo alle 13.50. Un viaggio di circa 7 ore, come un Milano–New York. Ma su questa linea la stanchezza non si sente e non certo per la comodità dei vagoni. «Spazio, datemi spazio, date spazio al mio spirito, e tenetevi tutti i dirupi vacillanti da romanzetto» scriveva D.H.Lawrence, avvinto e sedotto dal «quasi celtico paesaggio di colline» in cui il trenino «serpeggia e sbuffa con grande agilità».

Sono 170 chilometri con scorci su distese d’alberi centenari, profonde vallate, fiumi, laghi, torri di roccia. Sostiamo in stazioncine disperse, rasentiamo case cantoniere e vecchie miniere, ci facciamo inghiottire da oscure gallerie dentro i monti del Gennargentu e superiamo ponti arditi, sospesi sul verde della selva. Il mare è un miraggio, lo conquistiamo nel sole del pomeriggio, incorniciato dai blocchi di porfido rossastro della costa orientale. Mezza Sardegna è percorsa, per  guadagnare l’altra, ho bisogno di un autobus: 3 ore e 52 minuti per attraversare il Supramonte e arrivare a Nuoro giusto in tempo per la cena e per un giro dei musei la mattina.

Il giorno dopo alla stazione sta per partire il treno diretto a Macomer, un solo vagone, 70 minuti di percorso nella millenaria Sardegna dei pastori, con una manciata di paesi a fare da corona, e nuraghi grandi e piccoli come vedette lungo il tracciato. Questa Sardegna, appartiene al mio dna: Ottana è il paese della mia bisnonna Silvestra, a Padru Mannu. Poco distante da Bolotana, mio nonno Bachis visse la sua giovinezza, in quello che fu il regno di Benjamin Piercy, l’ingegnere gallese chiamato nel 1865 a realizzare la rete delle ferrovie sarde. Invaghitosi dell’isola, Piercy diede avvio a rilevanti attività economiche, scegliendo di far costruire la sua residenza in mezzo ai boschi: una grande villa bianca ora restaurata e visitabile, in località Badde Salighes, poco lontano da Bolotana.

Da Macomer, snodo tra gli assi Nord-Sud ed Est-Ovest ancora treno, vagoni e binari, fino a Bosa. Dalle scure pietre basaltiche del Marghine alla Planargia, verde di vigne e coltivi, sullo sfondo azzurro del mare e del fiume Temo. Domani raggiungerò in autobus Alghero e poi ancora sul treno: Sassari e, attraverso l’Anglona e la Gallura, il mare di Palau, di fronte alla Maddalena. Alla fine del viaggio, il mio itinerario avrà la forma di un 8: messo in orizzontale è il simbolo dell’infinito.

Fotografie di Gianmario Marras