Popoli di confine, tra Italia e Francia

Piero CarlesiPiero CarlesuPiero Carlesi

Sulle Alpi Liguri, alla scoperta dei territori divisi dal 1947 tra due Stati e tre regioni. I borghi conservano però con orgoglio lingua e tradizioni comuni, grazie anche a un'associazione che ne conserva la memoria, tanto al di qua quanto al di là del confine di Stato

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Fine giugno, prime giornate di caldo; per chi soggiorna nelle località marine del Ponente ligure un tuffo nel verde dell’entroterra per rinfrescarsi è un piacere. Qui ci sono località d’eccellenza come Apricale, Dolceacqua, Pigna e Triora (Im), tutte riconosciute dal Tci con la Bandiera arancione, ma noi questa volta abbiamo un’altra meta, ai piedi della montagna più alta della Liguria, il Saccarello, sul quale convergono i tre versanti della terra brigasca, un’area dalla lingua e tradizioni comuni estesa tra Francia, Cuneese ed entroterra ligure.
Cominciamo a salire: la strada della valle Argentina, tortuosa e stretta, scavata nella roccia, dopo infinite curve ci offre la visione di un borgo arroccato che sembra impossibile da raggiungere. È la prima meta: Realdo, 1007 m, frazione di Triora, una manciata di case di pietra, addossate le une alle altre, separate da stretti vicoli (i carugi) acciottolati. Sulla piazzetta (ciassa) un cartello in brigasco ci dà il benvenuto. In realtà il vero benvenuto, dopo 12 km da Triora, ce lo dà Nino Lanteri, presidente dell’associazione A Vaštéra che si prefigge di mantenere viva la lingua e la cultura del popolo brigasco, storicamente dedito alla pastorizia. Lanteri ci accoglie con un entusiasmo non comune in una persona di 88 anni. «Fino al 1947 Realdo (Reaud in brigasco) e altri paesi erano tutti frazioni di Briga Marittima, il capoluogo, al di là della montagna, nella valle del Levenza: poi, con i nuovi confini, la Francia si è presa un bel po’ di terra che apparteneva all’Italia come Briga e Tenda». Così, Briga Marittima è diventata La Brigue e i paesi al di qua della montagna sono parte in Piemonte e parte in Liguria. I borghi liguri sono oggi frazioni di Triora (Im), mentre quelli in Piemonte si sono costituiti nel Comune di Briga Alta (Cn), tanto per mantenere il nome originario e la comune identità.
 

Dopo la guerra i confini imposti dai Paesi vincitori hanno diviso tre comunità in Europa: Berlino, Gorizia e l’area brigasca. Ma di quest’ultima lacerazione – annota Lanteri – nessuno ne ha mai parlato: troppo marginale. Il panorama da Realdo è affascinante, circondata da dirupi e pareti. Non ci sono più pastori, ma in un vicolo incontriamo Pina Lanteri, 87 anni, un’autentica brigasca; d’inverno vive sulla costa ma appena il clima lo consente torna al paese a coltivare l’orto. Poco sotto si trova il Museo della cultura brigasca, con postazioni multimediali, foto d’epoca, costumi, qualche attrezzo agricolo. Giampiero de Zanet, gestore del rifugio Realdo, ci dimostra come a fare la guida ambientale e il rifugista si possa vivere qui e promuovere il turismo. Arrivano camminatori per lo più tedeschi, ma anche olandesi e svedesi; percorrono, anche in mountain-bike, l’Alta via dei monti liguri, la Via Alpina e altri sentieri, apprezzando l’ambiente integro di questi luoghi.

Poi saliamo a Verdeggia, altro paese brigasco, circondato da campi di patate, a 1100 m. Qui Lanteri ci porta al Ritrovo degli Amici, una piccola trattoria; il piatto tipico dei brigaschi, dopo una torta di patate, è d’obbligo: si tratta dei sugeli, specie di orecchiette di pasta fresca condite con il bruss, una saporita crema di formaggio fermentato. Risalito per pochi minuti il costone della montagna attraversiamo su un ponticello un ruscello che segnava nel Settecento il confine di Stato tra la Repubblica di Genova e gli Stati Sardi. Su un poggio sorgono le case abbandonate della Colombera, dove alloggiava la gendarmeria sabauda.

La mattina seguente vogliamo raggiungere la località che ha dato il nome a questa cultura, La Brigue. La via più breve per raggiungerla è una strada di montagna a tratti sassosa e sconnessa (è preferibile percorrerla con i fuoristrada) che sale al colle di Sanson (sul confine di Stato) per poi scendere sul versante opposto. È un percorso altamente panoramico che se fosse aperto al traffico normale farebbe incrementare notevolmente il turismo trasformando una valle chiusa in una via di transito internazionale. Per raggiungere La Brigue con un’auto normale è quindi consigliabile scendere a Ventimiglia, entrare in Francia e risalire la valle della Roia fino a San Dalmazzo di Tenda.
La Brigue ha il fascino del paese un tempo importante e oggi decaduto. Restano qualche caffè-ristorante e pochi negozi; per il resto case deserte e vicoli silenziosi. Troviamo un po’ di vita solo presso il locale Museo etnografico, dove sono stati ricostruiti gli ambienti, i mestieri e le tradizioni del popolo brigasco, un popolo che almeno qui sembra in via d’estinzione. I pochi abitanti sono francesi, salvo rare eccezioni come Patrizia Badate, che ci guida per le vie.
Tracce del lungo dominio italiano (e piemontese prima) non ce ne sono, salvo un’iscrizione su un muro di un portico di un’antica casa. Invita a non spaccare la legna per strada. Poco fuori ci fermiamo al santuario di Notre Dame des Fontaines, la cosiddetta ‘Cappella Sistina’ delle Alpi Marittime. L’interno della chiesa è stato affrescato da Giovanni Canavesio alla fine del Quattrocento e riporta la storia di Gesù Cristo. Un capolavoro. Sulla via del ritorno con un mezzo fuoristrada raggiungiamo il colle di Sanson; da qui diverse altre strade militari corrono lungo l’attuale confine di Stato un po’ in Italia e un po’ in Francia.

Alle baracche di Cima Marta (ruderi di fortilizi militari) troviamo Francis e Martina Lanteri e il loro gregge di 200 pecore di razza brigasca. Il panorama è vastissimo e i numerosi sentieri che percorrono la montagna permettono di raggiungere facili cime da cui la vista arriva fino al mare. Qui è facile incontrare camosci, caprioli, volpi e lepri. Da qualche anno è tornato anche il lupo che invece impensierisce il pastore, specie se in branco: «qualche settimana fa hanno azzannato una cavalla e hanno trascinato la carcassa per 300 metri». A sera, dopo gli ordini precisi ai cani, il gregge lascia il pascolo e si avvia negli appositi recinti, gli stazzi ossia le vaštére in brigasco (da cui il nome dell’associazione), per la mungitura. Il viaggio nella terra brigasca si conclude in provincia di Cuneo.
Da Realdo, per raggiungere i comuni di Briga Alta occorre scendere a Imperia e risalire la montagna fino al Colle di Nava; più in basso al ponte di Nava si risale la valle del fiume Tanaro. A Viozene, 1245 m, ci accoglie Luciano Frassoni, sempre dell’associazione A Vaštéra; in breve risaliamo la valle fino a Upega, 1291 m (nda: si pronuncia con l’accento sulla u) e a Carnino. Anche qui altri pastori, ma di mucche perché la montagna è più dolce rispetto al versante ligure. Nella trattoria gestita dalla guida alpina Silvano Odasso, che è pure custode del rifugio Mongioie (meta da consigliare), gustiamo dell’ottima toma di capra.
A Carnino inferiore, invece, paese abbandonato da decenni che si popolava solo d’estate, grazie alla casa del Parco naturale del Marguareis, il borgo ha preso nuova vita per la foresteria annessa, aperta ai camminatori. I sentieri sono ben segnati dal Cai e anche su questo versante il fascino della terra brigasca è tutto da provare.

Fotografie di Zoe Vincenti