Appennino. Nel parco di mezzo

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Divide letteralmente l’Europa e il Mediterraneo. Quello dell’Appennino Tosco-Emiliano ora è diventato Riserva della Biosfera Unesco. Ci siamo avventurati sui crinali tra i giovani impegnati a mantenerla 

 Quando arrivi al passo del Cerreto non te ne rendi conto subito, che sei su un crinale importante: ti sembra un valico appenninico come tanti altri, perso tra le faggete e i tornanti di una strada che non finisce mai. Ci pensano i cartelli indicatori del parco nazionale, all’interno del ristorante-centro visite, a farti capire quanto questa linea di vette sia un confine diverso. Da una parte, l’Emilia fredda e brumosa, dall’altra la Lunigiana soleggiata e tiepida: pare impossibile, ma la primavera arriva molti giorni dopo a Reggio rispetto a Massa. Da una parte, la cultura e la coltura della vite, dall’altra quella dell’ulivo; a nord, la storia del burro, a sud quella dell’olio. In poche parole, da una parte l’Europa, dall’altra il Mediterraneo: un confine naturale che ha segnato la storia di popoli, dividendoli e unendoli, dagli Etruschi fino alla Linea Gotica, il fronte tra tedeschi e alleati nell’inverno del 1944. Diversità e unicità che dal 2001 sono tutelate da un parco nazionale, quello dell’Appennino Tosco-Emiliano, che è senz’altro uno dei più variegati e insoliti del panorama italiano: sia perché si estende su quattro province, sia perché tutela paesaggi e storie molto diversi tra loro. Un parco che negli anni si è fatto capofila per valorizzare un territorio intero, più esteso dell’area protetta stessa, fino al prestigioso riconoscimento conferito nel 2015 dall’Unesco, che l’ha dichiarato Riserva Mab Uomo e Biosfera: segno che uomo e natura possono e devono andare a braccetto per vivere e sopravvivere. Siamo stati nella parte reggiana del parco per capire chi sono gli uomini che stanno dietro a questo successo: vi raccontiamo le storie di chi si impegna ogni giorno per fare del suo territorio un territorio da prendere a modello.

UN SENTIERO IN SALITA
È una bellissima giornata di primavera quando il presidente del parco, il senatore Fausto Giovanelli, guida la sua auto da Succiso verso Pratizzano. Tra pascoli e boschi, saliamo sempre più in alto: il panorama dell’Appennino è inebriante, a un certo punto sembra di volare. «È uno dei miei posti preferiti» confida Giovanelli, che ha visto il parco nazionale nascere, nel 2001, e crescere. «Un sentiero in salita: ci è voluto tempo perché l’Appennino fosse considerato da tutti un luogo con una identità propria, luogo di eccellenze, non solo retroterra delle aree urbanizzate». Proteggere la montagna per permettere il suo futuro umano: una sfida nuova e difficile, che a giudicare dall’entusiasmo Giovanelli non si è ancora stancato di portare avanti. «Per non far torto a nessuno, scrivi anche di altri luoghi magici del parco, per favore: il monte Casarola, da cui si vede il mare; il passo della Scalucchia; i laghi del Sillara e i Lagoni del Parmense; Monte Vecchio in Garfagnana...». A buon intenditor... 

SALTANDO TRA I FAGGI
«È stata una follia». Loredana Notari sorride, mentre passeggiamo sotto i ponti tibetani, le funi e le passerelle che si estendono tra un faggio e l’altro. «Nel 2003 non esistevano parchi avventura in Italia. Durante un viaggio in Francia per portare a sciare i nostri figli, ne abbiamo visto uno e abbiamo pensato: perché no?». Oggi Cerwood è diventato il parco avventura più grande e probabilmente quello più di successo in Italia. «Siamo partiti con cinque percorsi, siamo arrivati a 25, di cui sei appositamente studiati per i bambini. E i visitatori durante la stagione, da aprile a ottobre, sono circa 45mila all’anno». Pronti a buttarsi in tutta sicurezza da un albero all’altro, grazie a cosiddetti “moschettoni intelligenti” che tranquillizzano anche le mamme più ansiose. Peraltro, i ragazzi sono i più scatenati, ma anche gli adulti non scherzano, quando si lanciano alla Tarzan. «È un Appennino fruibile da tutti» dice soddisfatta Loredana. Aggiungiamo altre positività: Cerwood dà lavoro a 20 persone, con la sua esperienza ha iniziato a esportare parchi avventura in tutta Italia («Ne abbiamo costruiti già una cinquantina») e ha riqualificato il grande parco termale di Cervarezza Terme (“Fonti di Santa Lucia”), già molto popolare negli anni Sessanta-Ottanta, rendendolo una stupenda oasi per le famiglie. Se non è un esempio che funziona.

LA MEGLIO GIOVENTU'
Alla fine li abbracceresti tutti. Perché non capita spesso di trovare gente così coraggiosa, caparbia, ostinata. Gente che spesso mette l’interesse della comunità prima del proprio, che rimane sulle montagne invece di scappare in città, che capisce che l’unico modo per contrastare la crisi delle zone rurali è quello di restare e combattere. Nel territorio del parco nazionale ce n’è parecchia di questa “specie rara” e risponde soprattutto al nome di due cooperative di comunità, I briganti di Cerreto (nata nel 2003 a Cerreto Alpi) e Valle dei cavalieri (nata nel 1991 a Succiso). Davanti a un pecorino profumato, Dario Toni ricorda la nascita di Valle dei cavalieri: «Quando ha chiuso l’unico bar di Succiso dovevamo fare qualcosa: il paese sarebbe finito di lì a poco. Poco alla volta, abbiamo aperto un bar e un negozio, poi il ristorante, poi l’agriturismo e il centro benessere... Gli obiettivi oggi sono gli stessi di ieri: mantenere i servizi, creare occupazione, salvare il paese. La farmacia più vicina è a 20 chilometri di distanza, chi aiuterebbe gli anziani se non ci fosse la cooperativa?». Erika Farina e Simona Magliani de I briganti di Cerreto ci travolgono con storie simili - e con giusto orgoglio indicano come l’Unione europea ha inserito la loro cooperativa, unica esperienza italiana, nelle venti buone pratiche del settore turistico che si sono distinte per innovazione, competitività e partecipazione comunitaria. «Ci credi? Vengono a studiare il nostro esempio, siamo diventati un modello da esportare! Ma non è così facile: se la voglia di fare sistema non nasce dal basso, se non c’è attaccamento al territorio, se non c’è la voglia di fare qualsiasi cosa e di vivere con uno stipendio minimo, allora non potrà mai nascere una cooperativa di comunità». Vi è venuta voglia di dare una mano a questi ragazzi? Basta andarli a trovare e usufruire dei loro servizi: le strutture ricettive, le escursioni, le ciaspolate, la raccolta dei funghi, i tanti sport e i programmi di educazione ambientale. 

SULLA CRESTA DI ONDA
E poi arrivi a Ligonchio, un paese che avevi sentito nominare soltanto perché ha visto nascere “l’’Aquila” (...la cantante Iva Zanicchi). Arrivi e trovi qualcosa che mai ti saresti aspettato: un’enorme, scenografica centrale idroelettrica, realizzata a partire dagli anni Venti, e al suo interno un coloratissimo Museo della scienza dedicato all’acqua e all’energia. Ma non un museo qualunque, a partire dal nome: perché Di onda in onda è definito un atelier, come ti spiegano Daniela Giacopelli e Ilaria Gentilini, che si autodefiniscono atelieriste: «Qui non ci sono regole né istruzioni: le parole d’ordine sono esplorazione, sperimentazione, intuizione. A un incontro conoscitivo con i ragazzi seguono la ricerca, le ipotesi e poi la discussione finale: ogni gruppo intraprende un percorso differente e ogni volta è un’esperienza diversa, anche per noi». Ti rendi conto quanto sia rivoluzionario il concetto alla base: in questa centrale è più interessante il come si costruisce un percorso rispetto al risultato. Un bell’insegnamento di vita, quello di Di onda in onda, che prende forma dalle idee di Reggio Children, il “centro per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini e delle bambine” che ha reso Reggio Emilia famosa nel mondo. Daniela, la tua più grande soddisfazione derivata dal tuo lavoro di atelierista? «Perdere gli schemi mentali, apprezzare il non sapere, l’errore, la non certezza delle cose». Ilaria, che ogni giorno si fa 90 minuti d’auto da Reggio a Ligonchio, aggiunge: «Dare valore a un territorio cui sono legata».

CALMA E ANTICO GESSO
«Una violenta commozione, un nodo alla gola, prova il viaggiatore quando, venendo da Reggio Emilia su per la strada del Cerreto (...) si affaccia all’ampissima apertura della vallata del Serchia, e vede per la prima volta levarsi nel cielo l’immensa incudine di roccia, dal fianco falcato e dalla sommità piatta e obliqua, come una portaerei atterrata e inclinata in mezzo alle montagne. La commozione di chi guarda è violenta, il fiato sembra mancare proprio per questo: perché Bismantova, ghiribizzo geologico, caso minimo nel cosmo ma enorme in rapporto all’uomo, ricorda oscuramente, visceralmente, agli spettatori la miseria e la fragilità del nostro destino, e l’angoscioso mistero della materia, che non ha fini e pur esiste, pur si vede e pur si tocca». Troppo belle le parole di Mario Soldati (Viaggio in Emilia Romagna, 1965) per non citarle, parlando di Bismantova. «È un’icona, tutti la sentono propria, anche i bambini che porto in visita ne rimangono affascinati. Soprattutto quando spiego loro che nella roccia ci sono denti di squalo» spiega Alessandra Curotti, geologa. Che però ci fa capire come la Pietra non sia l’unica meraviglia della zona: a pochi chilometri di distanza, presso Castelnovo ne’ Monti troviamo falesie di gesso vecchie 200 milioni di anni, grotte carsiche popolate da pipistrelli, fonti (quelle di Poiano) in cui l’acqua sgorga salata dopo essere andata in profondità e aver eroso un giacimento di salgemma - ci vogliono anche 20 mesi per completare il ciclo. «È un territorio affascinante. 
Per fortuna c’è il parco nazionale a proteggerlo». 

COME NASCE IL PARMIGIANO
Guardare come nasce il parmigiano – uno dei simboli del Belpaese nel mondo – dovrebbe essere un’esperienza obbligatoria per ogni italiano. Perché nessuno immaginerebbe che la forma di formaggio all’inizio sembri una gigantesca mozzarella. E perché si rimane incantati di fronte al latte che prende consistenza, alle mani sapienti che centellinano ogni piccolo gesto, alle centinaia di forme impilate a stagionare per mesi. «È una storia d’amore» sussurra Roberto Zampineti, che di professione fa il casaro al Caseificio sociale del Parco a Gazzolo, vicino a Ramiseto. «E un capolavoro di lentezza». Quello del Parco è un caseificio speciale: non solo perché è inserito in un bellissimo paesaggio, circondato dal monte Ventasso e dall’alpe di Succiso, ma anche perché porta sulle forme il simbolo dell’area protetta (il lupo) e racchiude in sé il latte proveniente dalle ultime tre latterie della montagna della zona. «Nella provincia di Reggio Emilia sono 17 le latterie sociali» spiega Martino Dolci, presidente del Caseificio. «La nostra oggi conta circa 20 soci e produce 16-17mila forme di formaggio all’anno, per lo più parmigiano reggiano». Per avere un’idea dei tempi del processo, ogni giorno qui si creano una quarantina di forme di parmigiano, non di più. Chi va piano va sano e lontano. Ma non è un caso isolato: è tutto il territorio dell’Appennino Tosco-Emiliano che vanta una straordinaria ricchezza di prodotti agroalimentari e una grande cultura enogastronomica fatta di consapevolezza e identità. Provate i menu a chilometro zero e fateci sapere.