Il viaggiatore. Uova ben “stagionate”

Il gigantesco Aepyornis maximus è un uccello del Madagascar estinto 400 anni fa di cui si trovano ancora testimonianze sulle spiagge dell’Australia

 

 «Ritrovata su una spiaggia australiana una bottiglia con un messaggio affidato alle onde 132 anni fa, nel 1886, da una nave oceanografica tedesca, impegnata nello studio delle correnti oceaniche».
Questa notizia, arrivata qualche settimana fa dall’Australia, non ha rivelato uno sconosciuto naufragio e nemmeno una romantica storia d’amore, solo una burocratica testimonianza
di un vecchio studio sulle rotte seguite dalle correnti marine. Soltanto un record da Guinness dei primati, peccato.
Ma il luogo del ritrovamento, «una remota spiaggia dell’Australia occidentale non lontana dalla città di Perth», mi ha fatto ricordare che sulla stessa costa, nel 1993, fu rinvenuto un altro messaggio portato dal mare,
ben più straordinario, che tre bambini trovarono nella sabbia di una duna.

Si trattava di un uovo ancora intatto, alto 30 centimetri e con una circonferenza di 80, depositato chissà quando da un Aepyornis maximus, un gigantesco uccello non volatore, pesante 450 chilogrammi, che un tempo viveva in Madagascar, dove si pensa sia sopravvissuto fino a circa quattro secoli fa. Quest’ultima ipotesi è basata sul racconto di un ammiraglio francese il quale, nel 1642, scrisse che quegli uccelli erano ancora molto diffusi nella parte meridionale dell’isola, ma non disse mai di averne visto uno in carne e ossa, perciò si può supporre che sia stato indotto a crederlo dalle uova che venivano scoperte in quell’area. Sulle cause dell’estinzione, invece, abbiamo indizi concreti. Sappiamo che i primi uomini arrivarono sull’isola attorno al 500 d.C. e cominciarono a sfamarsi con quelle uova, molto ricercate anche dai coccodrilli. Archeologi e paleontologi hanno infatti ritrovato gusci rotti e bruciacchiati
che testimoniano lauti banchetti durante i quali, in qualche occasione, veniva consumata anche carne di Aepyornis; come dimostrano resti di ossa ben macellate. Così, un pasto dopo l’altro, dell’enorme pennuto pedestre rimase solo il ricordo, comunque confermato nel corso dei secoli dai ritrovamenti di uova intere o in pezzi, che ancora affiorano lungo le rive sabbiose dei vecchi fiumi dove venivano deposte.

Di questo continuo riemergere di antiche uova ebbi conferma nel 1991 quando, in un mercato di Antananarivo, capitale del Madagascar, vidi un ragazzo con una grossa borsa che avvicinava i turisti e, con circospezione, mostrava loro un uovo di Aepyornis, o meglio, un simil-uovo realizzato con frammenti di gusci di uova diverse adattati con una paziente opera da mosaicista, e lo vendeva per qualche decina di dollari. Capii che anche quello era un modo, non proprio legale, per sfamarsi con le uova di Aepyornis. In quanto al mistero di quello ritrovato in Australia nel 1993, la spiegazione è che tutte le correnti che passano dal Madagascar finiscono a Perth.

Il viaggio delle antiche uova comincia quando le piene dei fiumi erodono le sponde e trascinano quelle ancora intatte fino all’Oceano Indiano. A quel punto le correnti marine le prendono in consegna
e le trasportano delicatamente per almeno 6.000 chilometri, fin sulle spiagge attorno a Perth, come hanno fatto anche con la bottiglia da poco ritrovata.
E certo non è casuale che siano stati proprio gli scienziati australiani della Murdock University di Perth, nel 2010, a estrarre da un guscio di quelle uova il dna antico ben conservato dell’Aepyornis maximus, cioè l’arcaico messaggio lasciato dal mitico Roc dalle piume bianche: l’«uccello-elefante» descritto (per sentito dire) anche da Marco Polo e reso immortale dalla bella favola persiana di Sindbad il marinaio.