Quando Sal era il trampolino verso il Brasile

Tutto cominciò da un’isola piatta come una tavola annegata nell’Atlantico, che un giorno di 80 anni fa due italiani avvistarono dall’alto. Ma andiamo con ordine. Alla fine degli anni Trenta le compagnie aeree francesi e tedesche collegavano l’Europa con il Sudamerica. E lo facevano con gli idrovolanti perché non si disponeva di motori molto affidabili e quando c’era da volare sull’acqua – e l’oceano è tanta acqua – in caso di problemi si poteva ammarare ed essere poi recuperati. Racconta Adalberto Pellegrino, per molti anni comandante Alitalia e curatore con Gherardo Lazzeri del libro Sal. L’Isola del Capo Verde entrata nella storia dell’aviazione commerciale italiana (Logisma, 2001): «L’Italia non aveva aerei in grado di affrontare la traversata. Mussolini ne fece una malattia: “Con tutti gli emigranti che abbiamo laggiù – diceva – possibile che non riusciamo a raggiungere il Brasile?” Poi ci fu la svolta. Il 24 gennaio 1938 la trasvolata Roma-Dakar-Rio de Janeiro con aerei militari, i Savoia Marchetti SM79, dimostrò che si poteva attraversare l’oceano senza usare idrovolanti».

Bisognava però avere uno scalo. Quando la neonata compagnia italiana Lati (Linee aeree trascontinentali italiane) chiese il permesso di fare scalo a Dakar, nel Senegal allora protettorato francese, l’autorizzazione fu negata. Continua Pellegrino: «Il Portogallo di Salazar, però, concesse “all’amica Italia” qualunque scalo avesse scelto nelle sue colonie, in Guinea Bissau come a Capo Verde. Fu subito organizzata una perlustrazione aerea, guidata da Attilio Biseo, presidente della Lati, e dal figlio di Mussolini, Bruno, esperto pilota. I due scoprirono che l’isola di Sal rappresentava lo scalo ideale per la traversata tra Europa e Sudamerica. Nel giro di sei mesi gli italiani costruirono l’aeroporto e per circa due anni dal 21 dicembre 1939 al dicembre 1941, i trimotori Savoia Marchetti della Lati con 211 traversate da Roma (scalo di Guidonia), via Siviglia, Lisbona e Capo Verde, per Rio de Janeiro e Recife, resero l’America Latina molto più vicina. Poi la seconda guerra mondiale congelò tutto». «Rimase solo un custode – aggiunge Gherardo Lazzeri – a tutelare quel luogo remoto. Quindi nel 1947 lo scalo fu acquisito dai portoghesi, che lo ingrandirono per le esigenze del nuovo mondo che si profilava all’orizzonte».

@page { margin: 2cm } p { margin-bottom: 0.25cm; line-height: 120% }

Fino al 1960 Alitalia fece scalo a Sal e, tra gli altri piloti, c’era anche il comandante Pellegrino. Nel frattempo nell’area – chiamata dagli isolani acampamento – fu costruito il primo hotel dell’isola, l’Atlantico (ora smantellato) dove alloggiavano i funzionari delle compagnie aeree. Per anni l’economia di Sal ruotò intorno a quell’aeroporto che poi cadde nell’oblio: l’avvento degli aerei a reazione non costringeva più a scali tecnici. A salvare l’aeroporto contribuì, paradossalmente, la politica contro l’apartheid in Sudafrica. A scali africani chiusi, la South African Airways prese ad “appoggiarsi” all’aeroporto di Sal. Gli anni passano e lo Stato capoverdiano, nato nel 1975, prende l’iniziativa e costruisce l’hotel Belorizzonte, poi è la volta del Sab Sab, albergo voluto dall’Aeroflot per ospitare esclusivamente i suoi equipaggi e così fanno successivamente altre compagnie. A metà degli anni Ottanta arrivano i primi imprenditori che iniziano la costruzione dei resort sulla spiaggia di Santa Maria, decretando per l’isola un futuro legato al turismo. Nelle foto, da sinistra, in senso orario: il comandante Adalberto Pellegrino; foto, ricordi e cimeli dell’aeroporto di Sal; lettera di Italo Balbo circa il collegamento aereo verso il Sudamerica.