Idee. Siamo noi i custodi della bellezza

Un patto per l’Italia fra cittadini e istituzioni: piccola guida di cittadinanza attiva. Il contributo di Gregorio Arena, consigliere Tci e presidente Labsus

 

1. I custodi della bellezza
I custodi siamo noi. E la bellezza, ovviamente, è l’Italia. Abbiamo ricevuto questo nostro meraviglioso Paese in eredità dalle generazioni che ci hanno preceduto e abbiamo il dovere di tramandarlo a chi verrà dopo di noi in condizioni uguali o migliori di quelle in cui l’abbiamo ricevuto.
Questo significa che non dobbiamo limitarci a vigilare sulla conservazione dell’esistente ma dobbiamo invece essere “custodi attivi”, impegnandoci nella cura dei beni che ci sono stati affidati, tanto più in un Paese come l’Italia, unico al mondo per varietà di paesaggi, storie, culture e bellezze di ogni genere. In questa prospettiva si capisce meglio perché il Touring proponga ai soci di essere protagonisti del motto che ci siamo dati da alcuni anni: «Prendersi cura dell’Italia come bene comune». Perché quel motto da un lato significa considerare tutta l’Italia, nel suo insieme, come un «bene comune» di cui dobbiamo prenderci cura come facciamo per altri beni comuni, quali per esempio l’ambiente. Dall’altro significa avere un’alta considerazione dei nostri soci e considerarli come potenziali cittadini attivi, disposti a usare il proprio tempo, le proprie competenze, relazioni, e quant’altro per prendersi cura dell’Italia, nell’interesse di tutti.
E questo invito a prendersi cura dell’Italia non è formale, retorico, bensì è una proposta molto concreta, fondata da un lato su un cambiamento in atto nella nostra società, dall’altro su un principio costituzionale. Da alcuni anni, infatti, si sta sviluppando in tutta Italia, da nord a sud, nei borghi come nelle città, un fenomeno sociale e culturale grazie al quale centinaia di migliaia di cittadini si mobilitano, spesso in modo informale, per prendersi cura dei luoghi dove vivono. Ed è così che gli abitanti di un quartiere scendono in strada insieme con i loro vicini per cancellare le scritte che imbrattano i muri oppure per prendersi cura di un giardino pubblico, una piazzetta, un’area verde abbandonata o una scuola. Anche se spesso non ne sono consapevoli questi cittadini attivi stanno facendo vivere la Costituzione, in particolare l’articolo 118, ultimo comma, che in seguito alla revisione costituzionale approvata nel 2001 ha introdotto in Costituzione il principio di sussidiarietà orizzontale, secondo questa formulazione: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà».

2. Il principio di sussidiarietà
Questo principio introduce una radicale novità nel rapporto cittadini-istituzioni, perché non soltanto legittima «le autonome iniziative dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale» (articolo 118, ultimo comma), ma impone ai pubblici poteri di “favorire” tali attività. Il problema è che i principi costituzionali hanno bisogno di norme di livello inferiore alla Costituzione per diventare realmente operativi nella vita quotidiana delle istituzioni e dei cittadini. Questo spiega come mai anche il principio di sussidiarietà sia rimasto di fatto lettera morta fino al febbraio 2014, quando il Comune di Bologna e l’associazione Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà) hanno donato a tutti i Comuni italiani, alle associazioni e in generale ai cittadini attivi un regolamento comunale-tipo – il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni –, che attua appunto il principio di sussidiarietà, e a oggi è stato adottato da 235 città (l’elenco aggiornato è su www.labsus.org).
Grazie a questo regolamento i cittadini possono prendersi cura dei beni pubblici presenti sui loro territori all’interno di un quadro di regole giuridiche chiare e semplici. Il cuore del regolamento sono i “patti di collaborazione”, atti amministrativi che i cittadini, anche associati in un semplice e informale comitato di quartiere, propongono all’amministrazione comunale per prendersi cura di un bene pubblico. Se l’amministrazione ritiene che la proposta sia effettivamente di interesse generale, i cittadini e il funzionario addetto sottoscrivono un patto con cui cittadini e amministrazione regolano i termini della propria collaborazione, indicando con precisione i compiti e le responsabilità di ciascuno, gli obiettivi, la durata, le assicurazioni, gli strumenti di monitoraggio, quelli per garantire la massima trasparenza ecc. I beni pubblici di cui si prendono cura i cittadini attivi sono più o meno gli stessi ovunque (parchi, spazi pubblici, scuole, beni culturali, spiagge, sentieri) ma ogni patto di collaborazione è diverso dagli altri perché nei patti si combinano in maniera ogni volta diversa le infinite risorse civiche presenti nelle città e nei borghi, dando vita a soluzioni innovative e originali (per esempi di patti, www.labsus.org).

 

3. Da bene pubblico a bene comune
Da quando il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni ha cominciato a diffondersi sono stati sottoscritti migliaia di patti di collaborazione per la cura di beni pubblici di ogni genere. E si è verificato un fenomeno inaspettato, che introduce un elemento di novità nella teoria dei beni comuni. In sostanza, ogni volta che i cittadini sottoscrivono un patto di collaborazione e poi si attivano per la cura di un determinato bene pubblico presente sul loro territorio si crea un legame non soltanto materiale, ma anche giuridico, fra quei cittadini e quel bene pubblico. Il legame materiale si fonda sul fatto che essi utilizzano per curare quel bene risorse proprie, private, spesso difficili da quantificare ma comunque preziose, come tempo, competenze, relazioni e altre risorse ancora. Mentre il legame giuridico fra loro e il bene nasce in quanto essi si assumono una responsabilità per la cura di quel bene sia nei confronti degli altri cittadini sia dell’amministrazione.
Il bene di cui essi si prendono cura continua a essere pubblico, quindi continua a essere di responsabilità dell’amministrazione che ne è proprietaria, ma dal momento in cui i cittadini sottoscrivono il patto di collaborazione anch’essi diventano responsabili di quel bene, pur non essendone i proprietari. Nasce così una terza categoria di beni. Ci sono beni pubblici di cui è responsabile unicamente l’amministrazione, beni privati di cui sono responsabili unicamente i privati proprietari e infine beni pubblici di cui sono responsabili insieme amministrazione e cittadini sulla base di un patto di collaborazione per la cura del bene. Questi ultimi sono dunque beni comuni, perché comune (pubblica e privata) è la responsabilità della loro cura. Naturalmente per l’amministrazione la responsabilità nei confronti dei beni pubblici è un obbligo di legge cui non può sottrarsi, mentre per i cittadini attivi è una scelta, in quanto decidono in maniera libera e volontaria di assumersi la responsabilità della cura di tali beni.

4. Italia, bene comune
Il meccanismo di assunzione di responsabilità che nasce dalla stipula di un patto di collaborazione funziona con qualsiasi bene pubblico. Questo significa che l’elenco dei beni che possono diventare beni comuni e quindi oggetto di cura condivisa è praticamente infinito in quanto comprende tutti i beni pubblici, salvo quelli strumentali all’esercizio di poteri pubblici, come tribunali o caserme. Questo meccanismo di assunzione di responsabilità spiega perché è possibile che il Touring proponga ai propri soci di essere protagonisti nel «Prendersi cura dell’Italia come bene comune». Non per supplire alle istituzioni, bensì come orgogliosa riappropriazione di spazi e di beni, producendo capitale sociale, ricostruendo i legami di comunità e liberando le tante energie nascoste del nostro Paese. Ognuno secondo le capacità, il tempo e le forze di cui dispone per vivere meglio tutti.
Non di tutta l’Italia nella sua interezza si tratta di prendersi cura, ovviamente, ma dei “frammenti” di Italia presenti nel proprio quartiere o paese. I giardini pubblici, le piazze, le scuole, i beni culturali e tutti gli altri beni pubblici di cui migliaia di cittadini attivi si stanno prendendo cura, trasformandoli in beni comuni, sono infatti altrettanti “frammenti” di Italia. E tutti insieme questi beni comuni sono l’Italia, bene comune. Ecco che cosa intendiamo quando proponiamo ai nostri soci di essere protagonisti, insieme con gli altri soci e gli altri cittadini, del grande compito storico di prendersi cura dell’Italia come bene comune. Così abbiamo pubblicato il libro intitolato I custodi della bellezza. Prendersi cura dei beni comuni. Un patto per l’Italia fra cittadini e istituzioni (Touring Club Italiano, pag. 240; prezzo 14 €, soci Tci 11,20 €), una sorta di manuale di cittadinanza attiva che analizza il Regolamento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni e i patti di collaborazione, spiegando con un linguaggio semplice e chiaro come si fa a essere “custodi attivi” delle bellezze del nostro Paese.

 

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