A Monza, le porcellane Richard-Ginori di Giò Ponti

Chi di Giò Ponti conosce solo l’attività dell’architetto con il rigore da ingegnere, autore di icone di stile del XX secolo come il grattacielo Pirelli e la casa Rasini a Milano – ma anche, a Forlì, l’Hotel della Città e il vicino Centro studi Livio e Maria Garzanti –, visitando la mostra inaugurata ieri nella Villa Reale di Monza avrà il piacere e forse la sorpresa di scoprire un altro lato del Ponti designer: quello che emerge dal suo lungo e relativamente giovanile sodalizio, prima come collaboratore poi come direttore artistico, dell’industria ceramica Richard-Ginori.

La mostra curata da Livia Frescobaldi Malenchini e Olivia Rucellai – rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione culturale Amici di Doccia – dal titolo Giò Ponti e la Richard-Ginori, una corrispondenza inedita, illustra infatti la sua attività per l’azienda di Sesto Fiorentino: che rappresenta, come sottolineano le curatrici nell’introduzione al piccolo catalogo di Corraini Edizioni, “ uno dei primi casi italiani di produzione artistica industriale”. A partire dal 1922, l’anno successivo alla laurea in Architettura al Politecnico di Milano, Giò Ponti (che era nato nel 1891 ma aveva interrotto gli studi per partecipare alla prima Guerra mondiale) disegnerà per Richard-Ginori una serie di preziose porcellane. Le cui linee, spesso sinuose ed evocanti grazie classiche, ma soprattutto i decori, appaiono lontani dal razionalismo senza fronzoli – e quasi anticlassicista–  dei suoi lavori architettonici; ma anche di oggetti quali la successiva sedia Superleggera, evoluzione con stile della classica Chiavarina, e le posate, anche contemporanee, di acciaio o argento per la Krupp italiana e poi per Christofle.

Le opere, create nel corso di un decennio ed esposte in una grande sala del Belvedere della villa, sono contenitori cilindrici con coperchio, chiamati ciste come i diretti prototipi egizi ed etruschi, di cui riproducono le forme; e vasi che paiono repliche di classici tipi della ceramica greca antica. E poi flessuose statuette di angeli dalle ali dorate, ciotoline portagioielli quasi vittoriane, decorate da mani affusolate con polsini di pizzo, e piccoli fermacarte a forma di libro. E ancora vasi con coperchi dalle elaborate impugnature oriertaleggianti, posacenere con sottili, miniaturistici decori da circo – “soggettini”, come li definì lo stesso Ponti –, piatti con i segni dei tarocchi. E il bellissimo, famoso vaso di maiolica bianca dipinta in azzurro delle Donne su nubi, formose figure femminili ideali ideate dall’artista, morbidamente distese su nubi fluttuanti su uno sfondo di architetture classiche. Così lontane dalle linee nitide dell’edificio per la Scuola di Matematica della Città universitaria di Roma, o del Liviano di Padova, di una decina d’anni dopo, che sembrano usciti dalla Bauhaus: come i tanti edifici privati, singole dimore borghesi, case da appartamenti o palazzi per uffici, costruiti soprattutto a Milano.

Ma la cosa forse più interessante è il ricco apparato di lettere autografe e documenti originali con cui Giò Ponti – che viveva a Milano, dove aveva lo studio con l’architetto Emilio Lancia – si rapportava con l’azienda toscana, di cui curava anche la comunicazione, dagli annunci pubblicitari alle confezioni, alle etichette dei prezzi. In esse si trovano disegni e minuziose annotazioni su forme e decori delle porcellane, notizie sul coinvolgimento di altri artisti, indicazioni sui prezzi da applicare, disposizioni al direttore tecnico della manifattura, Luigi Tazzini, sui colori da usare e perfino sui marchi di fabbrica; ma anche direttive sui criteri espositivi dei prodotti Richard-Ginori per le partecipazioni alle Biennali delle arti decorative di Monza, la manifestazione di arti applicate cui Ponti partecipò fin dall’esordio, nel 1923. E che per le prime quattro edizioni ebbe luogo proprio alla Villa Reale; prima di trasferirsi, già divenuta Triennale, a Milano, nel palazzo appositamente realizzato dall’architetto Giovanni Muzio nel 1933. Come le circa 50 opere esposte, anche questa documentazione proviene dalla Collezione del Museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia a Sesto Fiorentino, dove sono conservate 230 lettere. E chiuso purtroppo da un anno, senza prevedibile riapertura a breve. Ma che grazie a questa mostra, organizzata dal Design Museum della Triennale di Milano, permette di scoprire i dettagli pochi conosciuti dell’opera del grande architetto milanese. Ritrovandolo poi, con le sue creazioni più iconiche accanto a quelle di altri grandi designer italiani dagli anni Cinquanta a oggi, nella mostra La bellezza quotidiana, che occupa lì accanto tutto il Belvedere: un percorso di oltre 200 pezzi dalla collezione permanente del Triennale Design Museum.

La mostra è aperta da martedì a domenica dalle 10 alle 19; il venerdì fino alle 22.

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