Tamara Lunger, alpinista. Passione sincera, entusiasmo a mille

BRESSANONE 14 ottobre 2018 -

In una splendida giornata di sole tiepido a Bressanone, in occasione dell'International Mountain Summit, giunto al 10° anno, incontro Tamara Lunger, oggi unanimemente riconosciuta come la più brava alpinista della Repubblica italiana.
Classe 1986, figli di Hansjorg Lunger, gestore del rifugio alla Croce di Lazfons, Tamara si è imposta nel mondo alpinistico per alcune sue grandi imprese insieme a Simone Moro tra cui la salita al K2 e il Lhotse (nel 2010 è stata la donna più giovane nella storia a raggiungere questa vetta) e per la rinuncia al Nanga Parbat a soli 70 metri dalla vetta a causa di un malore. Il bello di Tamara è il suo sorriso aperto, la sua gioia di vivere, la sua semplicità, l'entusiasmo che traspare davanti a ogni nuova avventura.

Perché hai scelto questa vita da primadonna-scalatrice?
Amo la fatica e l'avventura: sono sempre alla ricerca di me stessa e attraverso la montagna ho trovato lo spazio ideale per me.

Tra le donne alpiniste chi ti ha ispirato di più in questa scelta?
Credo che mi abbia ispirata fin da giovane Gerlinde Kalterbrunner che fece il suo primo 8000 a 23 anni (ndr: li hai poi saliti tutti e 14). Quando la incontrai le chiesi un consiglio e lei mi rispose che per salire un 8000 occorre avere veramente dentro di sé il convincimento di voler fare l'impresa. Una seconda donna che mi ha ispirato è stata Gabi Hofer, un'altra altoatesina come me che ha scalato il Cho Oyu.

Per una donna è più impegnativo che per un uomo affrontare e vivere avventure alpinistiche in alta quota?
Dipende tutto dalla testa che ti ritrovi. A scuola fin da piccola mi sono sempre dovuta confrontare con i compagni maschi e queste sfide mi hanno fatto crescere dandomi il convincimento che posso fare tutto quello che fa un maschio.

Dopo aver scalato due 8000 vuoi continuare questa sfida e scalarli tutti e 14?
Assolutamente no.

Pensi di tornare al Nanga Parbat dopo quello che ti è successo nel 2016?
No. L'esperienza al Nanga è stata per me importantissima e mi ha fatto crescere. Il “fallimento” per certi versi è stata per me una vittoria perché ho scelto la vita.

L'alpinismo di punta ha ancora un lungo futuro o si sta esaurendo?
Sì ci può essere un futuro; dipende tutto da quanto pretendono gli sponsor. Oggi a me chiedono un impegno di 30 giorni l'anno. Se dovessero aumentare tale richiesta non so. Io ho altre priorità.
Questo inverno in Siberia ho conosciuto un mondo di cui non avevo idea che esistesse. Non era un'alta montagna, ma per me è alpinismo anche questo: avventura, luoghi sconosciuti, clima estremo.

Come mai hai scelto come compagno di cordata Simone Moro, un italiano e non un alpinista di lingua tedesca con quale forse ti intenderesti meglio?
All'inizio non ero convinta che la cordata con Simone potesse avere un futuro: per me era un papà. Poi però ho capito che lui aveva quello che io non ho. Oggi è difficile trovare un alpinista come lui che conosce tutto della montagna. D'altra parte anch'io ho insegnato tantissimo a lui. Ci divertiamo sempre un sacco insieme e questo è un segreto della cordata vincente.

Come ti poni davanti alla possibilità di morire?
Quello che mi fa paura non è tanto la morte quanto il dolore fisico.

Quale è la montagna che ami di più?
Non ho una montagna preferita. Mi piacciono le montagne che solo a guardarle mi fanno sentire le farfalle nello stomaco.

Quale è l'ultimo libro che hai letto?
Non leggo libri di montagna. Mi piacciono libro di psicologia.

Credi in Dio?
Sì, molto. Rispetto tutte le religioni. La spiritualità che pervade il Nepal, per esempio, mi affascina molto. Ma il Dio cristiano è il più figo della terra. Un giorno stavo per attraversare un seracco che ritenevo pericoloso; allora prima di attraversarlo ho pregato. Poi l'ho attraversato. Poco dopo è crollato. Ho avuto la prova che Dio esiste. E grazie al credere in Dio non ho paura della morte.

Prenderai il passaporto austriaco, se sarà possibile dopo un accordo tra Italia e Austria?
Non so, non ci ho pensato. Lo prenderei solo se mi potessi rendere conto che potrebbe essermi utile. Io mi sento profondamente altoatesina. Da giovanissima non sapevo che qualche parola di italiano. Poi ho capito che saperlo era una opportunità in più e l'ho imparato. Amo l'Italia e gli italiani. Quando faccio una conferenza davanti agli altoatesini di lingua tedesca il pubblico sta zitto; se il pubblico è invece italiano si entusiasma e mi emoziona rendendomi felice. Apprezzo molto il pubblico italiano.

La serata finale dell'IMS di Bressanone si conclude con Tamara Lunger sul palco e poi con Beat Kammerlander, al quale consegnano il Premio Preuss; l'intervista del collega tedesco corre su altri binari, ma noi siamo contenti così. L'IMS con il decimo anno sembra concludersi. Peccato. Ripensateci! Una bella manifestazione. Tante occasioni d'incontri all'ombra delle Dolomiti all'insegna dell'alpinismo. Sala sempre piena e pubblico caldo... anche se altoatesino!

 

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